IL BORGO SANT’ANDREA E…I LUOGHI PARLANTI !

Cosa sono, dove sono!

Il Borgo Sant’Andrea ha sempre avuto profondi contatti con la campagna, della quale
era il naturale sbocco commerciale.
La zona, attraversata ed accerchiata da grosse vie di comunicazione e di intenso traffico, con la conseguente mancanza di spazi idonei alla sosta ed alla tranquilla circolazione pedonale, non ha mai permesso alla popolazione residente di incrementare una ottimale vita di relazione fuori di casa. Pertanto, l’indole già chiusa degli abitanti, si è sempre più raccolta nella riservatezza e nell’intimità famigliare, difendendo tenacemente la propria privacy nell’assoluto rispetto di quella degli altri.
La compattezza dell’impianto sociale ne ha fatto un terreno favorevole allo svolgersi di una intensa attività politica, sempre incisiva e determinante nei confronti della città. Abitato oltre che da operai, anche da artigiani, fattori, piccoli proprietari terrieri, macellai e negozianti, più che di monumenti, questa zona popoloso a attiva può vantare siti ormai scomparsi ma che hanno segnato la storia della città.

Porta Montanara

A cavallo tra le due guerre, la situazione urbanistica comportava non lievi difficoltà allo svolgimento delle pur fiorenti attività artigianali e commerciali, per cui nel Borgo furono creati piccoli mercati, botteghe e rivendite, negli stessi cortili interni di alcune case. L’area più significativa era quella intorno alla stazione di Porta Montanara, dove operavano i facchini, perennemente incolleriti e bercianti.
L’attuale “arco”, ricollocato solo da alcuni anni a poca distanza dalla posizione originaria (anche se faceva parte di un passaggio a due porte, uno dei quali distrutto dai bombardamenti) rappresenta simbolicamente una delle quattro porte di accesso alla città romana prima e medievale poi:
Porta Montanara, per l’appunto, Porta Romana (Arco d’Augusto), Porta Gallia (Ponte di Tiberio) e Porta Marina verso il porto e il mare.

Il Lavatoio (E’ Lavadur)

Particolarissima importanza ebbe l’attività, esclusivamente femminile, delle lavandaie.
Dopo la costruzione del grande lavatoio pubblico
nell’attuale via di Mezzo, moltissime donne si dedicarono a quel faticosissimo lavoro, per arrotondare i magri bilanci famigliari.
A quei tempi non esistevano i detersivi ed al loro posto si usava la cenere. I panni venivano
dapprima messi nel mastello di legno e poi coperti con un telo a maglia larga. Il telo quindi veniva cosparso abbondantemente di cenere sulla quale poi si versava l’acqua bollente che lentamente filtrava sino in fondo al mastello e da qui usciva attraverso un foro.
Il liquido che usciva era detto “ranno” e serviva per lavare i panni colorati o di lana.
Quando infine la biancheria si era raffreddata, veniva tolta dal mastello, caricata sui carretti e portata al lavatoio per il risciacquo finale. I panni poi venivano stesi sulle siepi e, appena asciutti, portati ai clienti.

Il Foro Boario (E camp d’la Fira)

Ogni mercoledì il Borgo si riempiva di gente che veniva da tutte le parti per il mercato del bestiame. Era uno spettacolo vedere centinaia di grandi buoi bianchi, della razza gentile romagnola, adornati di nappi e cordoni rossi. La zona del Foro Boario (o Campo della Fiera) corrispondeva alle attuali vie Melozzo da Forlì
e via Cignani, e si spingeva fino alla Vecchia Circonvallazione, ovviamente in uno spazio enorme libero da abitazioni e da altri insediamenti. Il Foro boario rappresentava una sorta di terminale del Forese, un vero e proprio motore economico della città di Rimini che aveva, per l’appunto, nel Borgo Sant’Andrea, subito fuori delle mura medievali, una importante porta di ingresso.

La Fornace Fabbri

La Fornace per laterizi dei fratelli Fabbri forse è stata la più grande fabbrica di Rimini.
Vi hanno lavorato, dall’Ottocento agli anni Cinquanta del secolo scorso, persone che con la loro fatica hanno costruito la città in cui viviamo; c’è ancora chi si ricorda di aver lavorato alle ville in Viale Principe Amedeo, ai “restauri” del Palazzo dell’Arengo e che ha visto crescere a dismisura quella piccola città che era Rimini ai primi del Novecento. La
prima testimonianza iconografica che documenta l’attività della fornace nella seconda metà dell’Ottocento è il disegno dello “Stabilimento Industriale per Laterizi e calce dei Fratelli Fabbri. In esso si distinguono facilmente alcune mansioni a cui si dedicavano gli operai: la lavorazione dell’argilla, la formatura dei mattoni, la fase di essiccatura del materiale, il trasporto dei laterizi già cotti. Si riconosce anche la disposizione degli uffici: sulla sinistra l’ufficio, la buca per la calce, i magazzini, l’abitazione dei Fabbri e il forno per la calce. Sulla destra i due forni Hoffmann “con un solo camino”, il primo da dieci scomparti il secondo da quattordici. Al centro del disegno, dietro al forno per la calce, è visibile un’altra fornace di cui compaiono la ciminiera ed il tetto. Il disegno viene datato tra il 1878, anno di fondazione e il 1896, anno in cui l’edificio suddetto venne demolito.