Presentazione della Festa del Borgo di Sant'Andrea Programma della festa Chiese e santi della nostra terra di Romagna Cartina stradale

CHIESE E SANTI

San Fortunato e i frati di Scolca


Una prima menzione di questa chiesa si ha nella pergamena del 1103, con la quale “il vescovo Alberico” concede a “Ugo levita e a Giovanni prete, canonici di Santa Colomba”, le chiese di San Giovanni in Perareto, Vergiano e di San Fortunato.
Nel 1418 Carlo Malatestta fa costruire sul colle di Scolca un monastero e chiama ad abitarlo prima i frati agostiniani di Ungheriada San Lorenzo e poi quelli di San gregorio Conca.
La parrocchia di San Fortunato, che sorgeva sul declinio Sud del Colle Covignano, più in basso rispetto al monastero, rimane un pò offuscata dal crescere dell’importanza del monastero, ma non perde mai il suo titolo. A seguito delle soppressioni napoleoniche, i frati se ne vanno (1797) e la parrocchia si trasferisce in Scolca (1805) dove ha ancora la sua sede.
Nella chiesa di san Fortunato si conserva la splendida “Adorazione dei Magi” recentemente restaurata, opera del Vasari, ospite ai suoi tempi del monastero di Scolca.

San Martino – Sull’argine della Fossa Patara


Dovendo Galetto Malatesta, nel 1376, rioccupare a nome del papa la terra di Romagna, quando fu a Santarcangelo passò per il Marecchia per espugnare a San Martino la Torre dei Battagli, piena di viveri e di munizioni. Ma non fu facile, per cui dovette ricorrere all’inganno.
Oggi quella torre si chiama Torre della tomba e fu costruita da Balduccio Battagli per difendere una sia proprietà agricola con fattoria annessa.
Il Tonini sostiene che qui esistesse un atempio pagano divenuto poi, fra il IV e V secolo, un luogo di culto cristiano.
C’è però un fatto curioso da spiegare: oggi la parrocchia è dedicata anche a San Bartolomeo e non solo a San Martin, frutto – forse – dell’unione di due titoli. Lo testimonierebbe il fatto che nel quadro del 1654 posto sull’altare sono rappresentati da una parte il martirio dell’apostolo san Bartolomeo e dall’altra il vescovo san martino, nell’atto di donare un pezzo del mantello al povero infreddolito. Più facile capire il cambio tra Cereto e Molini. Nel solo territorio di questa parrocchia, lungo l’antica Fossa Patara o anche Fossa dei Molini, esistevano ben cinque molini che servivano non solo i contadini di Santarcangelo, Corpolò o San Martino, ma anche molti panettieri di Rimini.
Si può dire che la chiesa di san Martino ha una storia documentata sin dal 1500; da allora fu soggetta a continue modifiche ed oggi offre la particolarità di non avere facciata; la porta principale si apre infatti su un fianco, poichè, essendo la cappella iniziale di San Martino stretta fra la via Tomba e la Fossa Patara, per ingrandirla non restò altro che allungarrla nella direzione stessa della strada e della Fossa.

San Gaudenzo nel Borgo Sant’Andrea


In un’epoca in cui le guerre tra città vicine erano piuttosto frequenti e si combattevano in gran parte sotto le mura, la vita dei Borghi era sempre in pericolo. Così certamente anche il Borgo Sant’Andrea (dalla chiesa di sant’Andrea all’ausa, che sorgeva appena fuori le mura), fu più volte distrutto e sempre riedificato. E intorno al 1500, a causa delle continue lotte dei Malatesti, sant’andrea abbandonò la vecchia dimora che risaliva ai secoli V-VI e andò a stabilirsi ai piedi del colle Covignano.
I lavori per la nuova chiesa iniziarono nell’aprile del 1854 e solo il 13 gennaio 1858 il vescovo Leziroli tracciò i confini del nuovo territorio parrocchiale, nominando primo parroco di San gaudenzo il giovane Don Malachia Riminucci. A lui successero don Turibio, don Enrico, Don antonio Pallotta, don Giuseppe Semprini (don pippo) e don Alvaro della Bartola, l’attuale.
La chiesa di san Gaudenzo fu distrutta durante la guerra, una prima volta a causa di un aereo che vi si schiantò contro il 6 marzo 1943 e una seconda, tra il 12 e il 15 marzo del 1944 nel corso di un devastante bombardamento.

San Lorenzo in Correggiano: le “corrige” dei frati bianchi


Sulle origini del nome “in Correggiano” due sono le ipotesi. Una la lega al culto di Giano che sarebbe stato molto diffuso nella zona. L’altra alla presenza dei frati bianchi che solevano frustare con “corregge” i romei (tutti coloro che si recavano a Roma) che, seguendo la via Flaminia Conca, entravano nel loro territorio e non volevano pagare il pedaggio.
In ogni caso, la chiesa parrocchiale di San Lorenzo ha avuto origine nel secolo XII, diventò chiesa papale nel XV secolo e verso la fine del 1200 vi si insediarono i frati Bianchi (ordine gerosolomitano), che aveva sede anche a S. Lorenzo a Monte e a Santa Maria in Scolca (San Fortunato).
La chiesa, di forma esagonale fu distrutta nel 1944; l’attuale canonica è stata ricostruita nel 1948 e il campanile è del 19685. Molto venerata in parrocchia è l’immagine della Madonna Addolorata, un dipinto del XVIII secolo.

San Lorenzo in Monte


La chiesa era sicuramente la sede di Pieve, aveva possedimenti fra le mura cittadine e attraverso documenti, possiamo risalire nella sua storia fino a ben prima del Mille.
Uno addirittura è dell’anno 810 quando vescovo di Ravenna era Martino. In data 976 abbiamo la prima pergamena che ci fornisce indicazioni esatte sulla collocazione di San Lorenzo. Nel corso degli anni (secoli) la giurisdizione di san Lorenzo viene continuamente modificata finchè, alla fine del Settecento, con la soppressione dei territori “plebani” e la ciostituzione dei Vicariati, entra a far parte del Vicariato di Sant’Ermete, insieme alla parrocchia di Sant’Andrea dell’Ausa.
Il resto è storia di oggi.

San Martino in XX, la chiesa... tutta mattonata!


Per molti, San Martino in XX è oggi poco più che un nome, una località sconosciuta, posta su una stradina secondaria, senza alcuna attrattiva particolare, se non l’aria buona e il vino.
Eppure la sua storia è lunga ed ha radici antiche. Qui, nell’anno Mille, allorchè le vocazioni erano tante, sorgeva un convento di cui oggi non restano tracce. Più documentata la presenza di una chiesa nel 1230, fino ad arrivare alla dettagliata descrizione, trecento anni dopo, sia della chiesa e dei beni mobili in dotazione, verifica fatta durante la visita del Vescovo Castelli nel 1575.
Scriveva l’allora Rettore: ”La chiesa...tutta mattonata fatta e ‘ngrandita dal su detto rettore con il suo portico, due porte, una grande ed una piccola, in essa quattro finestre con sue ferrate impanate et vetriate...”
Oggi la chiesa si presenta in altro modo: scomparsa la facciata col suo portico e i suoi dipinti, si è conservata la struttura mattonata della navata e del presbiterio. Nel 1920, per l’aumento della popolazione, si è allungata la chiesa, sopprimendo però il porticato e rifacendo la facciata e perdendo tutta la superficie affrescata e l’eleganza originaria.
L’appellativo “in venti” o “in XX” deriverebbe dal fatto che su questa collinetta spirerebbero forti venti dal sud (il garbino!); per altri il riferimento sarebbe a venti superstiti di una devastante pestilenza: “La peste, che in varie parti infierì, fece infelicissimo il 1576...”; altri infine (eq uesta sembra l’ipotesi più credibile) vorrebbero che XX fossero i chilometri che separavano la località da un non ben precisato castrum romano.

Due Pievi per Verucchio


Già nel 1616 il Gianettani ci racconta di ritrovamenti archeologici intorno alla Pieve di San Martino, detta comunemente “La Pieve di Verucchio”.
Dunque i Romani abitarono il Castrum Veruculi prima dei Malatesta, iquali consideravano queste terre come la loro culla.
Ma non sarà facile orientarsi nel labirinto di nomi e notizie che riguardano la Pieve, o meglio le Pievi. Sì, perchè Verucchio vanta ben due Pievi, la Pieve di San Giovanni in Bulgaria Nova e quella di San Martino. Quest’ultima, verso la fine del secolo XV, inizia la sua decadenza a vantaggio delle chiese (e relative parrocchie) all’interno della Rocca, dove sorgono anche tre conventi di frati: gli Agostiniani, i Conventuali ed i Cappuccini.
L’attuale chiesa parrocchiale, che sorge nel luogo del convento francescano, costruito dai Malatesta nel 1320 e dedicato a San francesco d’Assisi, è stata inaugurata il 18 ottobre 1874 ed eretta come chiesa collegiata. Soppresse le altre parrocchie, la chiesa assunse il titolo della più antica delle parrocchie preewsistenti,San Martino, al quale si aggiunse per riconoscenza San Francesco, patrono anche del Comune di Verucchio.

San Salvatore: Pieve o non Pieve?


Sulla strada provinciale per Montescudo, qualche centinaia di metri prima di Ospedaletto, si incrocia a sinistra una segnaletica turistica che indica la Pieve di San Salvatore, risalente addirittura all’VIII secolo. Questo almeno suggerisce l’archeologia.
Sul piano propriamente storico, il primo documento che ricorda San Salvatore è un censimento ordinato da papa Celestino III nel 1192 sui canonici della Santa Chiesa Romana nel riminese e sui loro beni.Con certezza abbiamo una chiesa di san salvatore già dal Xii seciolo, ma quanto tempo prima sia stata costruita, non è dato saperlo. Attraverso vari documenti e citazioni, arriviamo ai giorni nostri, senza riuscire a chiarire se questa chiesa fosse Pieve autonoma o meno. L’unica cosa certa è che, dal punto di vista ecclesiastico del termine (chiesa matrice e con diritto del fonte battesimale), San Salvatore non è mai stata Pieve. Ma forse ciò importa relativamente ai fedeli. Il fatto che oggi si chiami Pieve è dovuto forse all’accezione del termine plebs, e cioè la popolazione rurale che si radunava nelle tante chiese di campagna.
Ultimamente poi il termine Pieve viene attribuito a quegli edifici di culto che mostrano una certa antichità di stile arvchitettonico.
Tutto questo ragionamento nulla toglie all’antichità e bellezza della Pieve di san salvatore, un monumento che è terzo, per antichità, nel territorio riminese.

Sant’Andrea dell’Ausa: fuori dalle mura


Si fa risalire l’origine di questa chiesa ai secoli V e VI quando, col titolo dei Santi Andrea e Donato, veniva ubicata appena fuori le mura meridionali, molto vicino all’attuale chiesa di San Gaudenzo.
Dei due santi, presto restò solo quello di Sant’Andrea, con l’aggiunta del toponimo “dell’Ausa”, poichè allora il torrente scorreva nelle vicinanze di tale chiesa.
Lscambi, controversie, passagi di competenze e addiritture le aspre lotte tra i Malatesta ed il Papato, fecero precipitare le condizioni di questa chiesa, fino a ridurla a pochi ruderi. La nuova sede venne denominata “del Crocifisso”, in onore del quale si cominciò presto a celebrare la festa più importante della parrocchia, mettendo in second’ordine anche il titolare Sant’Andrea.

Santa Maria in Cerreto, l’albergo di Ferrantino Malatesta
Anche la travagliata stori adel 1300 ha un riferimento a santa Maria in Cerreto (denominata anche San martino dei mulini), quando Ferrantino Malatesta combatte ferocemente per sottrarre alla potenza ravennate il dominio sui territori riminesi.
E’ il 1336. “Ferrantino venne con questa gente in fino a San Gaudenzo; poi andò ad albergo in Santa Maria in Cereto, et la notte venendo andò, et fuglie dato Verucchio, et tennelo tre mesi”.
Nel 1916 un violento terremoto danneggiò irreparabilmente la chiesa seicentesca; di quella costruzione primitiva rimangono pochi segni nel campanile e in due colonne appartenute al vecchio presbisterio.
Durante la guerra la chiesa di S. Maria in Cerreto non ha subito danni di rilievo; sono invece scomparsi importanti documenti dall’archivio.

Santa Maria, la Bulgaria di Corpolò


La sua storia affonda le radici nel Medioevo. Un tratto di muro sembra addirittura risalire all’800, rimasuglio di un tempietto pagano, divenuto poi oratorio cristiano.
Della chiesa cinquecentesca non esiste più nulla, se non un disegno fatto all’inizio del secolo scorso, prima della distruzione. Nel 1905 don Francesco Giorgi decise di dare a Corpolò un grandioso complesso parrocchiale: nuova chiesa, nuovo campanile, nuova casa e ... nuove campane.
Ai parroci successori l’onere e l’onore di completare l’opera, con la maestosa facciata e la bella e solenne gradinata.

Spadarolo - S. Maria in Paterno, la prima Arcipretura
Questa chiesa fu decorata del titolo di Arcipretura nell’anno 1741. Qualcuno fa risalire la storica chiesa di Spadarolo al 1170, all’epoca dell’imperatore Federico Barbarossa.
Seguono secoli di vita tranquilla fino alla costruzione di una nuova chiesa, nel 1796, larga m. 10 e lunga m. 18 con due altari laterali e affrescata con raffigurazioni della Madonna (Natività, Presentazione al tempio, Annunciazione...)
Ma alla fine dell’800 l’umidità aveva già fatto il disastro e la guerra fece il resto. Oggi Spadarolo si deve accontentare dei pochi quadri rimasti e qualche brandello di affresco ornamentale.

Santa Maria della Neve (Vergiano)


Virgiliano, ossia fondo della gens Virgilia, oppure Vergiano (ver Iani), primavera di Giano? Sono queste le due ipotesi che tentano di dare una interpretazione al nome dell’attuale Vergiano.
Comunque stiano le cose, certamente l’origine di questa località è assai antica e se ne ha riscontro in documenti anteriori al Mille.
L’attuale chiesa venne costruita sul colle all’inizio del 1500, sulle rovine del castello malatestiano.
La parrocchia di Vergiano rimane sotto la giurisdizione della pieve di san Lorenzo a Monte fino alla fine del 1700, quando sede di vicariato diventa Sant’Ermete.
Dal 1500 ad oggi la chiesa ha subito numerose modifiche, la più radicale delle quali è avvenuta nel 1900: oggi si presenta solenne ed elegante, nel suo stile gotico a capriate scoperte.
Il campanile risale al 1820, costruito tutto in mattoni e dotato di tre campane “in Do, Fa e La bemolle”.

Sant’Ermete dei Monaci
E’ probabile che anticamente sorgesse in questa località una cappella dedicata al dio Ermes o Mercurio, cristianizzato poi in Sant’Ermete. In realtà però la parrocchia è dedicata a San Biagio.
Da documenti del 1070 e del 1084 sembra proprio che Sant’Ermete fosse una di quelle cappelle, con annesso fondo, dipendente da un Monastero (San Martino o San Savino) dove i monaci passavano alcuni periodi dell’anno per recuperare salute e per vigilare sul lavoro dei contadini.
Nel 1290 probabilemente la chiesa diventa autonoma dal monastero e possiede beni propri e passa sotto il vicariato di Santarcangelo.
Nel 1371 a Sant’Ermete c’erano 46 focolari, nel 1575 le famiglie erano 93 con 447 persone e nel 1930 sono diventate 1753.
Sul colle, dove ora rimane solo un orgoglioso campanile con banderuola datata 1819, c’era una chiesa di stile romanico lunga m. 18,30, larga m. 6,30 e alta m.15.
Abbandonata dopo la guerra, fu poi abbattuta perchè pericolante.

Santi Cristina e Paolo


Fino al 1983, allorchè fu formata una sola parrocchia, Santa Cristina e San Paolo hanno avuto due storie distinte.
Il titolo di cui si fregia la parrocchia di Santa Cristina è quello di Pieve, con riscontro storico nel 1083.
Le cronache civili ci narrano di una battaglia che ha avuto per teatro proprio Santa Cristina; si trattò della resistenza che frapposero i riminesi all’estendersi del domino del Legato Pontificio.
La chiesa e il complesso delle opere parrocchiali attuali è del 1700, ma solo ora si sta lavorando per restaurare almeno la chiesa.
Che anche San Paolo abbia la sua storia lo attesta il fatto che nel 1144 viene elencata fra le chiese dipendenti dalla pieve di Santa Cristina.
“Parrocchia di San Paolo. Distrutto per frana il settecentesco complesso chiesa e canonica dedicato a San Paolo Apostolo i fedeli vollero qui ricostruito con proprio impegno ...”
Questa è l’epigrafe che si legge sulla lapide posta all’ingresso della chiesa, la cui ricostruzione frettolosa (1967) ha richiesto un radicale restauro (1993).

Sant’Aquilina


Le notizie sono scarse, anche se risalgono ad una pergamena del 1230. L’antica chiesa di sant’Aquilina si trovava a santa Maria in Borgo, detto Borgazzano, un luogo che esiste ancora, sulla strada che va verso la Cerbaiola. Il cambio della sede parrocchiale nella chiesa attuale avvenne almeno già alla fine dell’800..